Recensione di Happiest Season

Oggi vi parlo di Happiest Season, per noi tradotto in Non ti presento i miei, anche se ammetto di essere leggermente in ritardo – mi salverò dicendo che la nostalgia per la stagione natalizia ha già iniziato a farsi sentire.

Il film, diretto da Clea DuVall, parla infatti della storia d’amore tra due donne, Abby (Kristen Stewart) e Harper (Mackenzie Davis) e della loro avventura natalizia – e sì, con avventura natalizia intendo proprio passare le festività a casa della famiglia, non proprio facile da gestire, di Harper.

Come la “traduzione” in italiano non aiuta a nascondere (chi ha autorizzato questo spoiler?), la vacanza della coppia non sarà proprio una vacanza di coppia, ma piuttosto tra la figlia e la sua coinquilina (mai sentita questa storia?).  Harper, infatti,  non ha ancora fatto coming out con la propria famiglia a causa della paura di poter perdere l’affetto genitoriale, da sempre basato sui traguardi raggiunti e sul valore che ciascuna figlia poteva aggiungere alla famiglia, così da farla sembrare perfetta (almeno all’apparenza). E, “ovviamente”, l’omosessualità non era nella lista delle cose da spuntare, per raggiungere tale scopo.

Il film, nonostante le tematiche poco piacevoli, riesce a non risultare pesante e al contempo a generare una riflessione su una situazione che molto spesso una coppia omosessuale si ritrova ad affrontare.

Quando si è finalmente riusciti ad ammettere al mondo chi si è veramente, ritrovarsi in una circostanza in cui è necessario nascondersi – fare un passo indietro nel proprio percorso personale, direi – non è facile e non fa stare bene.

Dall’altro lato, non è giusto forzare qualcuno al coming out, in quanto è un percorso personale e diverso per ognuno di noi. 

Avrei solo due critiche da rivolgere alla regista. 

La prima riguarda il repentino superamento dell’omofobia che ha da sempre circondato Harper. Se fosse così facile da sconfiggere, probabilmente ce ne saremmo già accorti da tempo.

L’altra invece è relativa alle red flags* giganti spuntate sulla testa di Harper, in seguito ai suoi discutibili comportamenti tenuti durante tutto il soggiorno.

Essendo questo un film, il lieto fine sembra quasi obbligatorio, per cui concedo il cosiddetto beneficio del lieto fine, solo ed esclusivamente  ai fini dell’esistenza di questa realtà poco reale, in quanto è importante non ignorare comportamenti del partner – anche spesso inaspettati o “nuovi” – che ci causano sofferenza.

Per quanto il coming out sia una scelta personale, trovo il comportamento di Harper estremamente egoista nei confronti della fidanzata (e, si scoprirà nel corso del film, anche nei confronti dell’ex fidanzata, ai tempi del loro rapporto), che ha già mostrato estrema pazienza nell’accomodare le richieste di eterosessualità e finzione che le sono state avanzate. Non entrerò nei particolari, perchè sennò dovrei anticiparvi tutto il film.

Curiosità

  • Non è il primo film diretto da DuVall che vede come protagonista una coppia omosessuale. Clea è infatti anche la regista di The Intervention, film in cui lei stessa recita la parte di una donna lesbica  libera finalmente di “interpretare se stessa”, come ha  affermato  in alcune interviste relative al lancio  della pellicola.
  • La regista di Non ti presento i miei, non è l’unico membro della comunità LGBTQ+ del film; nel cast, oltre a Kristen Stewart, troviamo anche Dan Levy (Schitt’s Creek, tra i suoi più recenti lavori), nel ruolo di John, miglior amico di Abby, e Aubrey Planza (come Riley, ex fidanzata di Harper).

* Red Flag: un segnale più o meno tangibile che ci fa venire (o dovrebbe farci venire) il dubbio su un determinato aspetto di una persona. Le red flags sono, cioè, i “campanelli di allarme” a cui spesso non facciamo caso (o a cui scegliamo di non fare caso) perché pensiamo siano di poca rilevanza, passeggeri.

(recensione e grafica di Martina Bonanno)